All’armi, son fascisti!

Non li avete visti arrivare? O forse li vedevamo benissimo, ma ogni volta che qualcuno suonava l’allarme gli veniva detto che era un falso allarme. Che esagerava. Che vedeva fascisti dappertutto.

Poi arrivano risultati elettorali come quello della Sassonia-Anhalt, dove l’AfD ha raggiunto il 43,8%, ottenendo il risultato più alto mai conquistato da un partito di estrema destra in un Land tedesco nel dopoguerra.

E allora forse dovremmo smettere di pensare che certe cose non possano più accadere. NOI che abbiamo creduto che le Costituzioni, le leggi nate dopo la Shoah, la costruzione europea e un sistema internazionale fondato sui diritti umani avessero reso irreversibile una certa consapevolezza. Poi sono arrivati Sarajevo e Srebrenica, ma almeno ve li ricordate?

E abbiamo scoperto che il “mai più” non è una conquista definitiva. È qualcosa che va difeso, continuamente.

La questione, però, non è soltanto quanto votano le destre estreme. La domanda che dovremmo farci è un’altra: perché riescono a convincere così tante persone?

La Sassonia-Anhalt è una terra segnata dalla deindustrializzazione, dalla perdita di popolazione, dall’impoverimento relativo e dalla mancanza di prospettive. Eppure la presenza migratoria è relativamente bassa rispetto alla media tedesca. Allora quanto della paura dell’immigrazione nasce dall’esperienza reale e quanto dalla sua rappresentazione politica e mediatica? È una domanda scomoda vero democratici ?

Perché quando una persona perde il lavoro, vede peggiorare i servizi, teme per il futuro dei propri figli e sente di avere sempre meno voce, è facile convincerla che il problema sia qualcuno che ha ancora meno di lei.

La domanda “perché abbiamo così poco?” viene trasformata in “perché loro ricevono qualcosa?”. La rabbia non sale verso chi ha più potere, scende verso chi ne ha ancora meno. Un vero capolavoro di plagio massivo. Ed è proprio questo il meccanismo che dobbiamo imparare a riconoscere.

Perché anche in Italia vediamo crescere proposte che non si limitano a parlare di sicurezza o immigrazione, ma mettono in discussione l’idea stessa di una società aperta e pluralista: la “remigrazione”, il ritorno a un modello familiare imposto, il patriarcato presentato come protezione, la contrapposizione tra persone considerate appartenenti alla comunità e altre da tenere ai margini.

Non sono semplicemente provocazioni. Sono idee politiche !!! E le idee politiche vanno giudicate per ciò che propongono e per il mondo che intendono costruire.

Ma c’è una responsabilità che considero ancora più importante: non possiamo combattere l’estrema destra soltanto con la paura dell’estrema destra.

Dobbiamo saper offrire un’alternativa.

Una politica che difenda la sicurezza senza alimentare odio. Che governi l’immigrazione senza disumanizzare gli immigrati. Che difenda le donne e la libertà. Che torni soprattutto a parlare a chi è arrabbiato, deluso, impaurito.

Perché c’è una cosa che non voglio fare: considerare fascista chiunque voti per l’estrema destra. Tra quelle persone ci sono anche uomini e donne che si sentono dimenticati, che hanno paura di perdere ciò che hanno, che non credono più nella politica e che cercano risposte. È proprio lì che dobbiamo esserci “noi”.

Perché se lasciamo soli quei cittadini, arriverà sempre qualcuno pronto a indicare loro un colpevole: il migrante, il diverso, chi non rientra nel modello che qualcuno ha deciso essere quello giusto.

Io, però, una cosa l’ho imparata e non sono disposto a dimenticarla.

Quando la politica comincia a costruire un “noi” e un “loro”, io so da che parte stare. Non per appartenenza politica. Non perché qualcuno me lo abbia insegnato.

Ma per la mia storia, per i valori con cui sono cresciuto e per l’idea di società che voglio lasciare a chi verrà dopo di noi.

Posso discutere di immigrazione. Posso discutere di sicurezza. Posso discutere di ambiente, famiglia, economia. E posso anche cambiare idea (molto raramente purtroppo).

Ma non voglio abituarmi all’idea che qualcuno possa valere meno di qualcun altro.

Forse è proprio questo che significa oggi essere antifascisti: non vivere guardando continuamente al 1922 o al 1938, ma riconoscere quei meccanismi quando tornano sotto forme nuove.

La paura. Il nemico. Il “noi” contro “loro”. La promessa che tutto sarebbe più semplice se qualcuno venisse escluso.

Ecco perché, quando sento parlare di remigrazione, di ritorno al patriarcato o di persone da separare dalle altre, non riesco a considerarle semplicemente provocazioni.

Preferisco essere accusato oggi di esagerare piuttosto che scoprire domani di essere rimasto in silenzio.

Perché il “mai più” non è una frase scritta sui libri di storia. È una maledetta scelta.

E quella scelta, ogni volta che sarà necessario, io continuerò a farla.

All’armi, son fascisti. Li avevamo visti arrivare. Li vediamo arrivare.

Io, almeno, non voglio voltarmi dall’altra parte.

Rino Pruiti

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